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Buttare Napolitano con l’acqua sporca

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Mi ha colpito molto un fatto. Ieri, in un noto centro sociale romano, l’Angelo Mai, ho visto all’ingresso questo cartello pro-Rodotà. È solo un cartello, certo, ma per me è stata l’ennesima conferma di come, per questa elezione al Quirinale, per la prima volta è nata una vera e propria campagna di opinione a favore di Rodotà, quasi una campagna elettorale. Le altre volte interessava meno chi veniva eletto, era una cosa del Parlamento alla quale, in un modo o nell’altro, ci si adeguava.

Qualcuno dirà: è la Rete che ha fatto la differenza, ora tutti possono dire la loro, c’è una iperdemocrazia digitale e tu non puoi farci niente, bellezza.
È sicuramente così, però l’elezione diretta del presidente della Repubblica, in realtà, ha un nome ben preciso: si chiama presidenzialismo. Non a caso negli Usa, in Francia, e in numerose altre democrazie c’è, e funziona magari anche meglio della nostra democrazia parlamentare.

Ma se noi non abbiamo il presidenzialismo, c’è un motivo ben preciso: la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” come dice qualcuno, non lo prevede. Quando venne scritta, appena usciti dal fascismo, i padri costituenti pensarono che fosse meglio dividere i poteri in un sistema di pesi e contrappesi, di figure istituzionali e di governo, piuttosto che accentrarli in una sola persona. E non è un caso che anche in Germania – uscita anch’essa dalla guerra dopo una dittatura devastante – c’è un presidente della Repubblica con funzioni simili a quelle del nostro. E non è neanche un caso, infine, che la destra del “governo forte” sia sempre stata a favore del presidenzialismo – e dopo queste “quirinarie” è tornata a chiederlo a gran voce.

No, lo dico perché vedo sempre più spesso facili entusiasmi a portata di clic. Ma in generale, oltre ad innamorarsi delle cose, forse sarebbe meglio anche innamorarsi della complessità delle cose. Certo, per farlo, è richiesto un piccolo sforzo in più.

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Written by federicomello

April 21, 2013 at 12:33 pm

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Con Marini questa volta ci arrendiamo davvero

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mariniPoi dici… Franco Marini.

C’è stata negli ultimi mesi, nel grande popolo della sinistra, o di quello che ne era rimasto, una sorta di guerra fredda familiare. A rompere il fronte, fino ad allora unito sotto le bandiere dell’antiberlusconismo, lui, Beppe Grillo.

In questo variegato mondo della sinistra, in ogni sua declinazione, tra amici reali e virtuali, tra parenti stretti o conoscenti incontrati per caso; tra ex compagni di scuola, colleghi di lavoro, amici del calcetto, vicini di corsia in piscina, il tema Cinque Stelle ha portato a litigi, incazzature, divisioni.

Chi difendeva Grillo diceva: «Il centrosinistra è uguale al Pdl. E io non lo voto più».

Chi attaccava Grillo rispondeva: «È vero, il centrosinistra ha dato pessima prova di sé. Ma Grillo non è la soluzione, la politica non è improvvisazione, l’incompetenza è un limite e non un valore».

Sui social network la guerra fredda è diventata guerra guerreggiata. Sempre quelli gli schieramenti. Pro-Grillo e contro-Grillo.

Un popolo, in gran parte di una sinistra delusa, faceva proprio il dileggio, il senso di rivalsa, la novità rappresentata dalla vittoria a 5Stelle.

Un altro popolo, anche questo di sinistra, faceva notare tutte le contraddizioni di Grillo: le decisioni calate dall’alto, le espulsioni dei dissidenti, la commistione tra un’azienda privata (la Casaleggio) e un partito politico; la violenza del linguaggio, lo svilimento delle istituzioni, i limiti di una democrazia che si diceva “diretta e digitale” ma che risultava chiusa e verticistica.

Discutere non è mai inutile. Questi scontri serrati, questa guerra verbale, sembrava pronta a dare i suoi frutti, a riconciliare le posizioni a metà del guado: una sinistra più attenta al cambiamento poteva trovare una sintesi con un 5Stelle finalmente più attento a questioni concrete e maggiormente libere dal giogo di Grillo.

Poi, nelle ultime ore, tutto è precipitato. La colpa va detto, è di Bersani. La sua idea, inseguita testardamente, di andare ad un accordo ad ogni costo con il Pdl di Berlusconi, magari per garantirsi un governicchio esposto alle intemperanze di un Brunetta qualsiasi, ha portato ad incoronare Franco Marini come candidato del Pd al Quirinale. Forse sarà eletto al Colle già alla prima votazione.

Marini, un uomo dalle qualità tutte da dimostrare, succo concentrato della prima Repubblica, è legato in maniera saldissima al gruppo di potere che ha guidato il paese negli ultimi quarantanni. Un dinosauro democristiano, possiamo dirlo, che sta ad Obama come il Libro Cuore sta a Fight Club.

La vittoria la incassa Grillo. Che ha organizzato online delle elezioni senza alcuna trasparenza, durante le quali solo quattro gatti hanno potuto dire la loro. E che però è riuscito, nonostante tutto, a portare avanti un nome cristallino, bello, condiviso per la corsa al Quirinale. Quello di Stefano Rodotà. Che poteva rappresentare il simbolo plastico del cambiamento auspicato da tutti gli italiani, un uomo di elevatissimo livello, che sta a Marini come un Altiero Spinelli sta a Nonno Libero.

Invece no. Dicono Marini. Votato da Bersani e Berlusconi, e giù giù a seguire.

Tutti gli sforzi fatti, tutti gli insulti presi, per difendere la “buona politica”, che non è solo casta, che non è solo inciucio, che è anche voglia di avere un progetto, di cambiare le cose, affianco, insieme; sono ora umiliati, buttati nel cesso.

Come convincere, da oggi in poi, gli italiani, che Grillo non aveva ragione, era solo protesta senza soluzioni? Come far ri-innamorare della politica il popolo della sinistra e del centro-sinistra? Non ne ho idea.

Verrebbe da dire una cosa soltanto, parafrasando proprio Grillo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi, questa volta, forse ci arrendiamo davvero.

Written by federicomello

April 17, 2013 at 6:25 pm

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