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Sulemani!

Dove c’è Grillo non c’è politica

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Non accorgersene sarebbe colpevole. Leggere i voltafaccia di Grillo come frutto di cambiamenti dell’umore, stati passeggeri di rabbia, sarebbe un errore madornale. In Grillo c’è del metodo, ormai è chiaro, “il metodo Grillo”, non troppo diverso dal famigerato metodo Boffo.

In cosa consiste questo “metodo”? Semplice. Nel ridicolizzare chiunque osi muovergli delle critiche. Ultimo in ordine di tempo è arrivato Stefano Rodotà.

Ma prima di lui l’elenco dei ripudiati è lunghissima: Valentino Tavolazzi, Giovanni Favia, Federica Salsi, Marino Mastrangeli, il siciliano Venturino, decine di gruppi e realtà locali. Dei giornalisti non ne parliamo: Milena Gabanelli, lo stesso Report, Michele Santoro; persino Padellaro ad un certo punto diventò “residuato dell’Unità che ha sempre vissuto di contributi pubblici”.

Lo schema di Beppe è sempre uguale: alle critiche non si replica nel merito, ma si attacca la persona che le rende pubbliche. È un vecchio trucco della retorica classica, l’ “argomento ad hominem”, ovvero, come spiega l’enciclopedia Treccani “quello che attacca la persona che propone una certa tesi, anziché la tesi stessa”.

In questo Grillo è da sempre specializzato. Per lui non ci sono visioni diverse, ma solo “pezzi di merda”; non ci valutazioni differenti, ma “servi venduti”; non altri punti di vista, ma soltanto “pennivendoli di regime”.

Oggi Rodotà diventa d’un tratto “ottuagenario miracolato”. E l’accusa stride perché il giurista era diventato per il popolo grillino un simbolo unificante, un eroe, una specie di nuovo Che Guevara da mettere su bandiere e magliette; un feticcio, insomma, con tanto di slogan “Ro-do-tà, Ro-do-tà” a chiedere in piazza un mondo intero, un messia, non un buon presidente della Repubblica.
Chi scrive non è stupito che in seguito alle tiepidi critiche rivolte a Grillo dalle colonne del Corriere della Sera, Rodotà sia diventato nello spazio di un pomeriggio un nemico del “blogger-megafono”.

Quello che stupisce piuttosto è che politici di primo e secondo piano, al pari di milioni di elettori, abbiano potuto, anche solo per un attimo, credere a Grillo quando disse a Bersani: «Votate Rodotà e faremo un governo insieme». Come si poteva credere davvero che l’infangatore di Genova avrebbe messo da parte la sua violenza, la sua intransigenza, il suo estremismo, il suo opportunismo se il giurista fosse andato al Quirinale? Cari colleghi giornalisti abituati a non fare sconti, a dire le cose in faccia, a difendere la buona politica: come avete potuto sostenere sui giornali, in tv, sul web, questa tesi balorda?

Ad essere onesti bisogna ammettere che quell’offerta non era credibile, perché credibile non era chi la avanzava. La verità è che dove c’è Grillo non c’è politica, ci sono solo iperboli violente e volgari: il contenuto perfetto per diventare virale su Internet e per fatturare con il blog, non certo per cambiare il Paese.

Speriamo che, almeno, tutto questo ci serva di lezione per il futuro.

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Written by federicomello

May 30, 2013 at 4:16 pm

Posted in Grillismi

2 Responses

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  1. La speranza era che la politica nascesse dal basso. Una tale diffusione del consenso si sperava muovesse energie e forze positive dall’interno, cambiando la natura stessa del Movimento. In Grillo non ci ho mai sperato. Al massimo sono stato ingenuo a pensare che lui e la Casaleggio Associati permettessero alla gallina dalle uova d’oro di fuggire dal loro pollaio.

    raffaele

    May 30, 2013 at 5:36 pm

  2. Era tutto evidente. Travaglio o sexytravi e Padellaro odiano pd e hanno i loro motivi economici per legarsi a Grillo

    Beatrix_Kiddo

    June 1, 2013 at 11:24 am


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